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Non portare il lavoro a casa

Riflessioni sullo Smart working

Di David Bevilacqua

 

“Non portare il lavoro a casa”. Credo che moltissimi di noi se lo siano sentiti dire nel corso degli anni dalla propria moglie o marito, compagno o compagna. Oggi che siamo forzatamente obbligati a lavorare in remoto abbiamo iniziato invece a portare “la casa al lavoro”.

In queste ultime settimane sono entrato in abitazioni di colleghi, di clienti o di semplici conoscenti nelle quali non ero mai stato prima e nelle quali non sarei probabilmente mai entrato dopo e a loro volta loro sono entrati nella mia, sono entrato nei soggiorni, nelle cucine e persino in un paio di casi anche nelle camerette dei figli attrezzate per l’occasione a piccolo ufficio, e aver visto un “omone” adulto lavorare sulla piccola scrivania del figlio mi ha scaldato il cuore.

Non e’ stato occasionale durante questi incontri che figli o coniugi o animali domestici entrassero nelle nostre conversazioni semplicemente come rumore di fondo o qualche volta anche “fisicamente” con la loro presenza in video. Forzatamente chiusi nei nostri luoghi ci siamo ritrovati a dover essere imprevedibilmente così aperti e anche ad offrici agli altri finalmente così imperfetti.

E cosi’ abbiamo scoperto, per caso o forzatamente, cose dei nostri interlocutori che non conoscevamo, dalla moglie o il marito insegnante che tengono una “rumorosa” lezione nella stanza adiacente, ad un Jack Russell scatenato che si quieta solo in braccio al suo proprietario, al bimbo che si siede silenzioso di fianco a papa o mamma perché vuole finalmente capire cosa fa il suo genitore quando lavora. E la cosa sorprendente è che tutto questo (almeno ai miei occhi) non è sembrato inopportuno o tollerabile solo per la situazione contingente, ma invece estremamente prezioso, perché espressione di quella autenticità finalmente privata di armature e sovrastrutture di cui forse sentivamo in molti, se non tutti, un disperato bisogno.

L’autenticità, appunto, un valore che merita di essere riscoperto. Non ho mai creduto che ci dovesse essere una netta differenza tra ciò che sei nella tua vita privata e nel tuo lavoro, e se questo avviene allora interpreti un ruolo ed e’ davvero troppo complesso da gestire e difficilmente sostenibile nel tempo.

 

Ci sono alcuni punti sui quali questa esperienza mi ha portato a riflettere: gli spazi – le connessioni – Il tempo –  le relazioni – la fiducia

SPAZI
Ci sono persone che hanno la fortuna di vivere in abitazioni grandi abbastanza in cui è possibile svolgere un’attività lavorativa con un certo grado di tranquillità e di concentrazione, altri purtroppo no. Molte abitazioni non sono state affittate, acquistate o progettate per contemplare uno spazio anche per svolgere un’attività lavorativa e molto spesso, anche se non sempre e non solo, questa situazione è figlia della condizione patrimoniale e della differenza sociale.

CONNESSIONI
Oggi appare evidente che chi vive in centri urbani e ha la possibilità di avere la fibra fino a casa FTTH può svolgere la propria attività in modo molto più efficace di chi invece dispone ancora di collegamenti ADSL. Invito a leggere il coraggioso articolo “Le conseguenze del virus sulla rete” a firma Francesco Sacco su il Sole 24 ore del 19 Marzo e pubblicato ieri su AgendaDigitale.EU, in cui Francesco spiega a quali rischi andremo incontro nel caso ipotizzato della vendita e della privatizzazione di Open Fiber.

Riproporremo lo stesso infelice schema del trasporto ferroviario ad alta velocità tra i capoluoghi, in netta contrapposizione a quello inefficiente del trasporto regionale, un rischio che, se ci fosse stato ancora qualche dubbio, appare evidente non possiamo proprio permetterci di correre. In caso contrario saremmo costretti ad una urbanizzazione forzata, proprio nell’Italia degli 8.000 Comuni, e significherebbe inoltre uccidere una delle promesse fondanti dello smartworking: “dove svolgi il tuo lavoro diventa
irrilevante”.

TEMPO
Oggi assume una dimensione completamente diversa, come ho scritto in altre occasioni, non credo alla teoria che nelle relazioni ciò che conta sia la qualità del tempo che dedichi e non la quantità. Io mi sono nutrito per anni di questa teoria per dispensare ritagli e briciole ai miei affetti e non sentirmi mai troppo in colpa. Certo che la qualità è importante (e ci mancherebbe anche), ma sono sempre più convinto che la quantità nelle relazioni alimenti la qualità, oppure semplicemente ne porti alla luce le fragilità nascoste.

RELAZIONI
Mai così tanto lontani e mai cosi’ tanto vicini. Sono momenti come questi che ti permettono di rimettere in ordine il valore delle relazioni, ho riscoperto il piacere di parlare al telefono, le telefonate non strettamente di lavoro sono tornate ad avere una durata “anni ’80”, non più rapide transazioni ma vere e proprie interazioni, a volte lunghe, lunghissime conversazioni. Tutto questo mi ha riportato ai tempi della coda alle cabine pubbliche con i gettoni o a tempi ancora più remoti quando a casa nostra avevamo il “duplex” e il vicino che sebbene avesse un numero diverso dal tuo, essendo collegati con un’unica linea telefonica (così da dividere il costo dell’abbonamento) non poteva telefonare e veniva a bussarti per chiederti di riattaccare.

FIDUCIA
Appare sempre più evidente che anche quei capi irriducibili che non riescono proprio a liberarsi dalla loro ossessione del controllo e che in questi giorni chiedono ai propri collaboratori di tenere il video accesso dalle 9 alle 13:00 e dalle 14:00 alle 18:00 per verificare che lavorino, se vogliono continuare ad avere un ruolo nelle organizzazioni del futuro dovranno arrendersi e adeguarsi o rischieranno nel tempo di estinguersi.

 

Sono portato a pensare che le aziende che prima delle altre sapranno interrogarsi e riflettere su quanto sta avvenendo e capiranno l’importanza di cambiare pelle riscrivendo le regole del loro modo di lavorare e di relazionarsi con i propri collaboratori e clienti, acquisiranno un serio vantaggio competitivo verso chi penserà di poter ripartire allo stesso modo di come ci eravamo lasciati.

 

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