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Intelligenza Artificiale e Dignità Umana

“La sapienza da dove si estrae? E il luogo dell’intelligenza dov’è?”

di Luca Baraldi

La chiave di lettura che posso portare io, human scientist, in una società di Intelligenza Artificiale e data science, necessariamente deve uscire un po’ dagli schemi dell’abitudine. Dopo anni ad occuparmi di storia comparata delle religioni e di policy making in ambito culturale, dopo aver avuto modo di confrontarmi in molti Paesi con gli schemi e le dinamiche della diplomazia non istituzionale (culturale, pubblica, religiosa, corporate), mi sono ritrovato a confrontarmi con uno scenario culturalmente inatteso e professionalmente sfidante. Ho dovuto farlo con le mie categorie culturali e con le mie abitudini concettuali, usando la semiotica, la storia del pensiero, la cultural intelligence. Mi sono trovato nuovamente ad interrogarmi sull’interpretazione della realtà, sul valore del pensiero complesso, sulla necessità della contaminazione tra discipline. Mi sono trovato ad interrogarmi sul valore dell’intelligenza, dell’educazione, del pensiero sociale.

Secondo la tradizione cabalistica ebraica, la realtà è stata creata a partire da un codice, la Torah, che stabilisce le regole, le simmetrie, le dinamiche che disciplinano l’esistenza e la storia dell’universo in cui viviamo. La qabbalah è un sistema di interpretazione della realtà, attraverso l’acquisizione di tecniche che consentono di decodificare il codice sorgente, di accedervi e di leggerne la trama più profonda.

La qabbalah è un sistema di potenziamento delle capacità cognitive dell’essere umano, limitate, secondo la tradizione, dal peccato originale.

Un cabalista modenese del ‘500, Mordekhay Dato, affermava che anche il diluvio universale, avendo irrimediabilmente modificato l’atmosfera, aveva influito su un processo di impoverimento del potenziale intellettuale umano, ridotto ad una “luce sotto un secchio di materia grossa”. La qabbalah era una tecnica di liberazione dell’intelligenza umana, della capacità di interpretazione della realtà, di riacquisizione della conoscenza originariamente posseduta, prima della cacciata dal giardino dell’Eden.

La sapienza da dove si estrae? E il luogo dell’intelligenza dov’è?”. Questa doppia domanda percorre l’intero “elogio della sapienza” del libro di Giobbe (28,12), in cui si afferma esplicitamente come tutto sia stato creato secondo regole prestabilite: il peso del vento, la misura delle acque, la legge che regola la pioggia, la traiettoria del lampo (Gb 28,25-26) sono l’esplicitazione di un’armonia cosmica, invisibile, difficilmente interpretabile. Giovanni Pico, a fine ‘400, profondamente influenzato dal pensiero cabalistico, riscoprendo il valore della conoscenza come una responsabilità, evidenziava come l’uomo, unico essere vivente dotato della capacità di interpretare l’universo, avesse il dovere di accettare il proprio ruolo di co-creatore. Essendo l’unico a poterne comprendere le dinamiche, aveva la responsabilità di farsene custode. Nel pensiero di Pico, la conoscenza dotava l’uomo della libertà di potersi elevare al di sopra delle creature celesti o di abbandonare la propria dignità, riducendosi al livello delle bestie. Conoscere significava poter misurare la realtà, poterla decodificare per comprenderla, per prevederla, addirittura per modificarla.

Su sollecitazione forte di Energy Way, proprio a partire da questo pensiero e da questa sensibilità, sono state poste le basi per il Manifesto della Razionalità Sensibile, che in queste settimane sta circolando in sedi istituzionali e diplomatiche, in Italia e all’estero, per cercare di consolidare un pensiero umanistico (e non solo “human-centered“) sull’intelligenza, prima ancora che sull’intelligenza artificiale. Se secoli fa ci si interrogava sull’impatto sociale di una capacità di pensiero apparentemente profetica, oggi la predizione e il controllo del caos sembrano attività a portata di mano per tutti. Se secoli fa ci si interrogava sulla particolarità cognitiva dei profeti e dei veggenti, oggi ci si dovrebbe interrogare su cosa fare con il potenziale liberato della cosiddetta enhanced intelligence. Ciò che si rischia, come sempre, è la riduzione di questioni complesse a categorie semplicistiche, se non addirittura a mera retorica di superficie. Mai come ora è importante tornare all’umano, per affrontare il tecnologico.

In Energy Way ho scoperto, giorno dopo giorno, il ruolo dell’Intelligenza Artificiale e il suo potenziale, come chiave di interpretazione della realtà, come strumento di lettura della complessità delle cose.

La possibilità di analizzare la realtà come un ecosistema di dati e di informazioni interconnesse ci mette di fronte alla responsabilità di tradurre questo nuovo livello di consapevolezza in un esercizio più responsabile del libero arbitrio.

Come nella tradizione cabalistica, come nel pensiero di Pico, la maggiore capacità cognitiva diventa liberazione del potenziale interpretativo, e la capacità di interpretare le cose diventa responsabilità di custodirle. In Energy Way ho scoperto la possibilità di sparigliare le carte, giorno dopo giorno, e di rivoluzionare le categorie, attraverso un esercizio costante, appassionato, meticoloso, dell’immaginazione. Ho avuto la possibilità di essere messo di fronte a nuovi interrogativi e nuove prospettive di indagine sulla realtà.

Non so da dove si estragga la sapienza, né quale sia il luogo dell’intelligenza, ma certamente so dove questi interrogativi, fortunatamente, contribuiscono a dare un senso alle giornate.